sabato 18 giugno 2011

il valore dell'individuo

Io mi stimo, quindi valgo…. tutte balle!

 Stimare se stessi è il motore del mondo. Dietro questa capacità si muovono  le visioni e gli strumenti che utilizziamo per “monitorare” il nostro prossimo tempo.  Significa identificare all’interno di una serie di parametri, un valore di noi. Il livello di stima personale è una tappa della nostra scala dei valori, dove troviamo le caratteristiche che ci contraddistinguono, semplici parametri di riferimento in grado di valutarci e farci valutare come se fossimo oggetti comuni, come una autovettura o un appartamento, un comune prodotto industriale di uso e consumo del mercato.
La realtà è che noi siamo collocati ed inseriti in una società fatta di produzione e scarti di lavorazione, prodotti di prima e seconda scelta, dove troviamo la data di confezionamento e di scadenza. Noi siamo questo: prodotti da consumare. Come tutto ciò che viene creato per essere consumato e che comunque ha una funzione, anche noi facciamo inevitabilmente parte di un ciclo produttivo che ha come fine ultimo quello di apportare delle modifiche alle sollecitazioni esterne derivate dalla necessità o dal desiderio che ci conducano allo stato di benessere. Il benessere assume forma e consistenza diverse che, in funzione del valore che noi diamo alle cose, dà importanza ai nostri stessi valori e crea in noi l’identificazione di “nuovi parametri” da potere prendere  come riferimento. Non siamo necessariamente numeri uguali a se stessi, ma evoluzioni algebriche rispetto alle esigenze mostrate dagli altri nei nostri confronti e viceversa, tutti legati a funzioni individuali finalizzate al macrosistema.
Siamo un neuro sistema,cioè parte di gruppi composti da persone che vengono sollecitate quotidianamente, in modo massivo, quasi a delineare il fatto che questa neuro socialità sia la spinta propulsiva verso un benessere tecnologizzato. Spesso l’eccesso di novità non corrisponde alla sua capacità di utilità ed applicazione.
Se osserviamo quello che è accaduto, in termini di crescita  tecnologica e sistemica negli ultimi trent’anni  in Italia, dalla scienza alla medicina, nella comunicazione e nelle dinamiche sociali, questa crescita non  ha eguali. Trenta o quarant’anni fa il nostro spazio vitale, l’abitazione, il luogo di lavoro e gli interessi erano sottomosti a minor sollecitazioni e si tendeva a controllare il bene o il servizio ricevuto in funzione del fatto che erano limitate o dimensionate le possibilità applicative, es. la radio, la macchina la semplice porta, tapparella di casa, tutti oggetti e strumenti che riuscivamo a controllare senza per questo avere una spiccata cultura e intelligenza applicativa.
Trent’anni fa certamente era più semplice utilizzare lo strumento ed era decisamente più pratico interagire con esso: se si rompeva qualcosa si tendeva ad intervenire direttamente per ripararlo, e non per un fatto di mera economia come si può pensare. Tutti gli oggetti che comprendevano il nostro vivere erano da noi gestiti e capiti per la loro funzionalità cosa che oggi non è più possibile nemmeno considerare .
Nnegli anni 70 una persona camminava ed interagiva all’interno della propria abitazione molto di più rispetto a quanto fa ora; camminava e percorreva circa 2,3 km  al giorno tra le mura di casa. Oggi il percorso si è ridotto fino a raggiungere i 690 mt.  Questo perché è accaduto? Perché i volumi , gli spazi e le dimensioni che viviamo sono un coordinamento di strumenti in grado di risolverci al meglio il modello di vita rendendocelo più vicino alle nostre esigenze: ci alziamo meno dal divano per cambiare canale alla tv, quindi vediamo molti più canali tv proprio perché ci alziamo di meno, lo stesso va visto per la lettura e l’informazione, per la cucina o il bagno. Tutto più pratico per noi. Le applicazioni domotiche e le tecnologie comunicazionali hanno sviluppato il senso estetico e funzionale, ma non l’apprendimento volontario, piuttosto quello indotto e forzato..
Oggi la capacità creativa e l’autonomia di azione decisionale e di scelta a noi riservata in qualità di consumatori e fruitori di un bene e di un servizio si è ridotta moltissimo rispetto agli anni ’50, circa del 40%. Oggi siamo circondati dal l 90% di oggetti che non sappiamo riparare in caso di guasto rispetto al 25% degli oggetti che avremmo potuto riparare negli anni 70, oppure la multifunzionalità di un oggetto che abbiamo acquistato per una funzione in realtà produce almeno altre 4 funzioni, che magari non ci servono, ma in realtà ci sono ed il fatto che non solo non ci servano ma che, addirittura, non siamo in grado di capire, diventa controproducente.
utilizziamo la tecnologia o ne siamo utilizzati?
È una bella domanda. Certamente tecnologia non significa progresso.
Un popolo non potrà mai progredire se la tecnologia che ha in uso non è del tutto compresa. Esistono due modelli sostanziali di tecnologia: quella indotta e quella consapevole. La prima mira essenzialmente ad un miglioramento strumentale ed efficace dell’innovazione, spesso talmente rapida, che ci mette nelle condizioni di appartenenza obbligatoria a gruppi l’altra invece è una offerta legata alla nostra decisione di scegliere un prodotto necessario per migliorarci l’esistenza. ….Prendiamo un telefono cellulare, uno strumento molto utile, diventato necessario.  
Quanti di noi conoscono tutte le funzioni del proprio cellulare?                     Quanti di noi utilizzano tutte le funzioni del proprio cellulare?
 Solo il 32% dei possessori di un  telefonino è in grado di inviare un semplice sms, per gli mms invece scendiamo al 12%. La cosa incredibile è che solamente il 26% % ricorda le funzionalità incluse e di questi, il 9% le usa tutte. In effetti l’espansione delle applicazioni ha sempre di più considerato il telefonino come uno strumento di comunicazione che fosse sempre di più globale ed interattivo e questo è certamente cosa buona. La realtà è che gli acquisti vengono identificati per oltre il 23% sul peso dell’oggetto ed il suo colore, dal 31% invece per una semplice estetica. In realtà sappiamo che ci sono e se dovessero servici siamo certi di utilizzarli… se questo esempio o riportassimo sui pc, ci accorgeremmo ancora di più di quanto la tecnologia diventi induttiva. più è alta la tecnologia più si abbassa è la capacità di interagire con essa. Per rendere più chiaro il concetto possiamo dire che laddove appare veloce la crescita tecnologica ( B) di strumenti e concetti legati ad un utilizzo di massa, si presenta il problema della difficoltà di gestire il mezzo, rendendolo per una buona percentuale sconosciuto o inutilizzato. Ne consegue quindi l’abbassamento alla predisposizione verso la creatività (A).
La tecnologia ha senso nel momento in cui aumenta la nostra interazione e la nostra capacità critica ed in particolare la creatività . Se è vero che il pensiero creativo e la creatività in genere sono il frutto della curiosità, proprio dove non siamo in grado di svilupparla, viene a cadere il concetto dello stimolo alla risoluzione del problema. Laddove esiste una forte tecnologia di massa utilizzata in multifunzione ci troviamo davanti alla caduta della crescita sociale e creativa che è alla base di un processo di autostima. L’essere consapevoli delle conoscenze è per l’individuo un elemento che lo caratterizza e lo inserisce inevitabilmente in gruppi di appartenenza più o meno riconoscibili, gruppi che producono e sviluppano regole di comportamento e di comunicazione sia tra loro che verso l’esterno.
La caratterizzazione e l’appartenenza ad un gruppo aumenta il livello di creatività in quanto alla base della comunicazione esiste un interesse ed un linguaggio conosciuto e riconosciuto dagli appartenenti. Proprio il senso di appartenenza e corporativismo induce a creare sinergie tra i singoli tanto da spingere ognuno che si sente partecipe a trovare soluzioni per sè e per la propria comunità. Negli anni i blog ne sono un esempio. Il loro linguaggio è mirato e criptato, i forum su internet evincono gruppi di appartenenza verso qualcosa, si creano di fatto micro cellule in grado di sviluppare microcodici di comunicazione che, se non sei a conoscenza del sistema, sei escluso o coinvolto in minima parte.
Ma a cosa serviamo davvero?
Potremmo essere senza avere?

 Per descrivere se stessi agli altri  si fa ”citazioni” o “dichiarazioni” descrittive di se stessi al fine di rendere chiara a nostro interlocutore una giusta rappresentazione di noi stessi. Ci proponiamo predisposti per la sua accettazione.
·         chi siamo
·         quanto siamo alti
·         quanto pesiamo
·         dove siamo nati
·         cosa facciamo nella vita,
·         le cose che amiamo
·         le nostre aspirazioni
Questo modo di rappresentarci agli altri genera normalmente all’interlocutore un “quadro ideale” che si farà di noi stessi. Bene, proprio questo quadro ideale che ripetiamo molto spesso in diverse circostanze sociali e professionali non è altro che lo strumento che abbiamo scelto per presentarci agli altri, uno strumento piuttosto semplice, fatto di parole e di contenuti del nostro essere. Siamo noi che abbiamo scelto le caratteristiche di presentazione, sempre noi l’ordine di esposizione e di importanza, noi abbiamo deciso i termini e i metodi, siamo stati noi infine a decidere come gli altri dovranno vederci.
A seconda di come ci presentiamo e alle circostanze, il nostro “Io” cambia, influenzato in taluni casi anche dall’ambiente circostante e dalle condizioni alle quali noi siamo sottoposti in termini di comportamento.
Tutto questo insieme di elementi-quadro non sono altro che una sommaria analisi del nostro”io”.Es:
·         peso: sono leggermente ingrassato, ma adesso mi metto a dieta…
·         capelli: pensa che questo colore di capelli mi rispecchia…
·         interessi personali: il golf, giocare a tennis e l’ufologia
·         religione: diciamo che sono agnostico, molta confusione belle religioni
·         intersessi culturali: mi piace lavorare con i bambini in quanto sono operatore culturale presso istituti per l’infanzia
·         amici: amico di luigi, fa il dirigente preso una importante azienda la SPEIKTERN GMBH, la conosci? Famosissima..

Come sopra indicato un piccolo esempio di una normale presentazione tra persone. Emergono alcuni dati di riferimento sul quale poter cominciare un buon ragionamento.
Ovviamente l’interlocutore ha un quadro della nostra personalità, non perché è stato in grado di farselo, forse è ancora presto,  piuttosto per il fatto che siamo stati noi a fornirglielo..vero o falso.
Perché  potrebbe dubitare di noi?   Perchè  semmai dovrebbe crederci?
Certo che potrebbe dubitare e probabilmente farebbe bene a farlo. Ogni volta che ci si presenta a qualcuno, o meglio presentiamo qualcuno a noi stessi, tendiamo a creare un livello di accettazione quanto è più alto l’interesse che abbiamo per la persona o per ciò che rappresenta per noi. Il principio della libertà di autoelevarsi e rappresentarsi diventa un ridicolo teatrino. Diventiamo attori inconsapevoli di una commedia che solo noi interpretiamo e viviamo. La maggior parte delle volte tendiamo o possiamo rischiare di idealizzare il nostro “Io”, facendogli registrare non quello che realmente siamo ma ciò che vorremmo essere ma  è anche possibile l’esatto contrario.
Ipotizziamo per un attimo di costruire noi stessi facendolo attraverso due canali: 
cosa pensiamo di noi stessi?    cosa pensano gli altri di noi?
Ovviamente le due prospettive sono un punto fermo per capire come costruirsi con razionale analisi una base auto motivazionale.  Chi si stima  molto, per effetto della valutazione degli altri o per effetto della propria capacità di leggersi dentro, non genera in automatico un risultato positivo. Chi ha una forte autostima di sè,  non necessariamente raccoglie sentimenti di stima dagli altri, o chi ritiene di essere stimato in un ambito sociale, per esempio professionalmente, non è detto che lo sia personalmente. La stima è un valore aggiunto del proprio modello visualizzato da noi e dagli altri, non necessariamente un modello valido e funzionale comportamentale ma un effetto recepito estremamente fragile e discutibile, messo in crisi in qualsiasi momento .. l’autostima è quindi un effetto effimero? Certamente si’.
Non è un dato certo, non è scientifico e  nemmeno controllabile. L’autostima è assolutamente labile, fragile e barcolla ogni qualvolta  il soggetto non si dimostra in grado di respingere violentemente attacchi emozionali o visibili alterazioni dei propri concetti di obiettivi e di attese, vedendosi franare sotto i piedi le proprie pseudo-convinzioni. Ecco, allora che l’importanza di saper distinguere con attenzione cosa significa il proprio valore decifrato da noi stessi e il valore che gli altri ci disegnano, deve comportare una analisi aprioristica.
Come posso sapere il mio livello di autostima cresce, rimane uguale o diminuisce?
Lo posso sapere soltanto se affronto con verità razionale e non emozionale l’esame delle mie azioni. Ogni azione che produco, come abbiamo già detto, può essere pensata, ragionata, programmata nei minimi dettagli oppure frutto di un riflesso induttivo dalle briglie sciolte. Se voglio capire quanto valgo devo capire quanto sono capace di distinguere il valore dall’essere, cioè il mio capitale umano dagli interessi che produce. Noi siamo l’insieme di cose, sia idealizzate che concrete, visibili o invisibili, siamo un grande contenitore.
Ma quanto vale davvero la nostra persona?
Quanto vale la nostra professionalità?
Quanto vale il nostro impegno di crescita?
Siamo un bene ne più e ne meno che un mezzo di scambio al quale dobbiamo dare un valore, un prezzo di costo e di acquisto, siamo fluttuanti come le borse e rischiamo il crollo del valore in qualsiasi momento, non c’è nessuna forza che può difenderci se pensiamo di essere solidi.
La solidità mentale non è il frutto della convinzione,  piuttosto l’effetto di saper affrontare con raziocinio e metodo le avversità, perciò è buona cosa pensare che l’autostima la si raggiunge cosi’ velocemente quanto la si perde!. Capita di confondere l’entusiasmo con la motivazione o con l’autostima. L’entusiasmo è uno stato di benessere acquisito sul quale si alimentano e si sviluppano dinamiche volte alla gratificazione derivante da azioni e effetti.
Spesso mi capita di partecipare in qualità di osservatore a corsi di motivazione dove il principio è il coinvolgimento in massa dei partecipanti ad azioni collettive che mirano attraverso l’utilizzo della musica, della scenografia e della vocalizzazione a creare un coinvolgimento tale da rendere le persone “trasportate” verso una approvazione di un comportamento comune.
Lavorare sull’entusiasmo individuale o di gruppo non credo che sia una buona soluzione, credo piuttosto che l’entusiasmo e la motivazione siano fattori soggettivi in grado di essere attuabili prescindendo da un coinvolgimento spontaneo ad attività di gruppo, anzi meglio ancora se in situazioni di disagio. Essere entusiasti infatti è il rovescio della medaglia della motivazione. Detto questo proviamo a schematizzare quanto sia utile ragionare sulla costruzione della propria autostima.
§  Quale è il mio modello  il livello di autostima  che dovrei raggiungere?
§  Quante persone   mi riconoscono nello stesso   valore che ho di me stesso?
§  La mia autostima cosa deve produrmi?
§  Quanto può durare il mio livello di stima raggiunto?
§  Cosa mette a rischio il mio livello di stima?

Auto = dipendente e gestita da se stessi
Stima = valutazione di un qualcosa secondo il suo valore riconosciuto.
La dotazione base per costruirsi in proprio un buon metodo in grado di superare gli attacchi esterni è questo:
·         vorrei essere per me
·         vorrei essere per gli altri
·         cosa sono io
·         cosa ho per essere
·         cosa mi manca per essere

insicurezza dei propri pensieri o delle proprie azioni più portarci a farci desistere all’ultimo momento proprio per una forte dose di dubbi o di insicurezza. Avremo valutato tutto per bene?
Avremo fatto tutto ciò che era giusto fare?
Se è vero come è vero che degli errori ce ne accorgiamo sempre dopo perché l’azione fatta nel passato allora ci sembrava giusta, dobbiamo cominciare a pensare che forse la nostra impostazione delle cose è un pò vacillante. In taluni casi può capitarci di fare una cosa che diverse volte avevamo fatto in passato, ma adesso e in questo preciso momento, quella cosa non ci dà il risultato previsto.
                                                                                                                                                                     può succedere anche il contrario?
Abbiamo inanellato una serie di successi e le nostre aspettative ci portano a pensare che anche la nostra prossima decisione, scelta, azione sarà un inevitabile e duplicato successo personale. Ne siamo convinti.
Gli stati d’animo dei soggetti sono differenti, addirittura possono essere talmente evidenti se ad esempio mettiamo due soggetti a confronto, uno sportivo di successo e un altro sportivo professionalmente sconosciuto che si affrontano per la stessa prova sportiva: da una parte si avrà il campione, con forte propensione alla mentalità di autostima sia personale che indotta, dall’altra il nuovo sfidante, che dovrà necessariamente pensare di basarsi sulle proprie virtù personali alimentando al massimo il suo equilibrio motivazionale. In entrambi i casi, una azione come quella dei due soggetti, offre un quadro di autostima certamente positivo per entrambi, ma il nostro campione ha un’ arma in più ed è quella del riconoscimento degli altri. E’ vero, tutto questo non basta per decidere chi è più motivato, ci da semplicemente un’idea di come è possibile e variabile una partenza di autostima da due differenti esperienze. Cè chi afferma che l’autostima possa essere legata al modo di pensare, più o meno ottimistico o pessimistico e che questo possa essere un fattore determinante per aumentare la propria autostima, io non lo credo. Credo che il pessimismo o l’ottimismo non siano la causa di una motivazione, piuttosto il suo effetto.
Se io sono pessimista non posso avere stima di me stesso?
Se non mi stimo non otterrò molto probabilmente i risultati?
 l’ottimista non ha più probabilità del pessimista di avere la stessa autostima o raggiungere il suo livello preferibile di autostima, ha semplicemente un’idea diversa del modo di affrontare una cosa, di calcolarne gli effetti e di gestire le  dinamiche.
…L’ottimista vede il bicchiere mezzo pieno                                                             e il pessimista  mezzo vuoto…
Ma è giusto???????
Questo è quello che ci hanno sempre raccontato. in sostanza, in entrambi i casi non cambia il volume del bicchiere e non cambia la forma, ma solo il  suo contenuto che  è chiuso in se stesso, vincolato. Il contenitore è sempre quello.
Anziché pensare il modello pessimistico o ottimistico come elemento base per programmare la motivazione o l’autostima,  dobbiamo pensare a cosa ci porta a simili o dissimili, forti o meno forti, capaci o incapaci, ottimisti o pessimisti, negativi o positivi.
Gli ottimisti sono coloro che pensano che le cose che accadono sono meno peggio del loro risultato.
i pessimisti non gestiscono gli accadimenti o fanno il possibile per limitarli.
Se entrambi utilizziamo lo stesso strumento di costruzione del pensiero applicando le stesse procedure, probabilmente la forbice che divide i due soggetti comincerebbe a stringersi e li porterebbe a ragionare non sull’aspetto della visione positiva o negativa delle cose, ma sulle cose stesse. il pessimismo o l’ottimismo non sono comportamenti ma forme-pensiero che agiscono o meno in funzione del livello di perdita di possesso che siamo in grado di giocarci. Spesso il pessimista ha una forte autostima, ma teme o non considera gli altri, o meglio, considera il coinvolgimento degli altri nel suo personale una minaccia, appellandosi al” Io mi fido solo di me stesso”. L’ottimista è una bomba ad orologeria perché crede di avere sotto controllo le cose e pensa di essere in grado di limitare eventuali danni, proprio perché “tutto gli scivola addosso”. Questo è un classico atteggiamento pericoloso per sè e per gli altri.
Fiducia in se stessi non significa essere ottimisti ed avere stima. La stima è un elemento che ci visualizza mentalmente e non ciò che ci visualizza è stima o stimabile. 

1 commento:

  1. ciao Alberto ho letto il tuo libro su lps. Complimenti ! volevo chiederti se la versione italiana ha delle aggiunte rispetto a quella inglese e quando esce...grazie ( continua cosi)

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grazie per il tuo commento.