sabato 18 giugno 2011

parlare o comunicare in pubblico?

In questo spazio cercherò di darvi qualche piccolo suggerimento pratico al fine di rendervi l’esposizione in pubblico, la più semplice possibile. Alcune piccole regole che se utilizzate, vi permetteranno di levarvi da qualsiasi forma di normale imbarazzo.
Creare il proprio “asset”: significa crearsi un modello di esposizione, prepararsi quindi alla comunicazione verso il pubblico, sia esso omogeneo che eterogeneo.


Abbigliamento: cercate di utilizzare colori simili, che non diano modo all’osservatore di focalizzare la sua attenzione su un particolare del vostro abbigliamento, es. spille, giacche troppo particolari, cravatte multicolori.

Screept test: createvi una “scaletta degli argomenti da esporre; scrivete, se potete, tutto ciò che riguarda quello che dovrete dire e prendete i tempi con un semplice orologio. Leggete facendo le pause necessarie, senza rincorrere le parole ed i concetti, osservatevi allo specchio come se foste davanti all’uditorio, rendetevi il più possibile tranquillo.


Ottenimento dell’asset: significa, quanto possibile, conoscere il luogo dove terrete il vostro intervento: sservate se è un locale chiuso, quante porte di ingresso, eventuali persone che potrebbero entrare od uscire. Accertatevi che nessuno lo faccia. Se siete in un luogo all’aperto, dovrete valutare che potrete essere “disturbati” in qualsiasi momento; la fase esposizione dovrà sempre mantenere una se siete dominante costante: il tono della voce sostenuto.


Controllo emozionale: può accadervi, un attimo prima di iniziare il vostro intervento, di avere “salivazione azzerata” oppure “sudorazione improvvisa”. Niente paura, è normale. Se vi trovate in piedi, visibili da tutta la vostra platea, sappiate che siete esposti continuamente allo sguardo, quindi ogni vostro movimento viene acquisito da chi vi osserva. In questo caso, se siete eccessivamente ansiogeni, un piccolo trucco: tenete per qualche istante le mani dietro la schiena, con una stringete il polso dell’altra. In questo modo potrete, ma solo quelli più esperti, sentire i battiti cardiaci e la frequenza, e gestirla secondo le vostre necessità. Per i meno esperti serve a scaricare la tensione. Tenere le mani davanti al nostro corpo le rende visibili a tutti ed eventuali movimenti inutili ed eccessivi non vi aiuteranno di certo a migliorare la vostra situazione.


Timori: nessuno vi sparerà. Dovete pensare che ciò che direte potrà essere ascoltato, ma forse non compreso.

Preoccupatevi sempre di capire ciò che dite, senza rincorrere i pensieri.
Siate simpatici: durante l’esposizione potrebbe succedervi di dimenticare qualcosa… confondere una frase per un concetto e viceversa. Nessun problema: fermatevi un istante e iordinate le idee. Riprendete con un sorriso.

Consenso latente: individuate tra il pubblico quali potrebbero essere quelle persone che secondo voi vi sembrano più “accondiscendenti”, quelle che si mostrano positivamente più interessate alle vostre parole. modo più pratico per ottenerle il consenso è quello di rivolgersi a loro con lo sguardo, mantenendolo per qualche istante, come se fossero loro gli unici vostri interlocutori, eppoi spostarlo nel punto opposto della sala. tendosi osservato, il vostro interlocutore, confermerà con brevi cenni del capo le vostre tesi, aggiungendo un sorriso di approvazione. Tutto questo verrà registrato dalla sala.


Fate domande PASSIVE: le domande, spesso retoriche, funzionano soprattutto se siete principianti. Chiedete delle cose al vostro pubblico e condividete le domande; es. dobbiamo chiederci se … anziché mi chiedo se… questo sistema di interlocuzione offre un coinvolgimento del vostro uditorio; si sentiranno partecipi delle vostre riflessioni e considerazioni.


Le obiezioni: potrà succedere che qualcuno non sia d’accordo con quanto state dicendo, oppure che desideri semplicemente farvi una domanda; bene. Rimandate. Evitate sempre che le domande siano portare a spiegazione oppure a risposta prima della fine del vostro intervento. Tutte le domande è meglio convogliarle alla fine del vostro discorso.

Manifesto Cluetrain in Italiano

Cluetrain Manifesto in italiano
se quest’anno avete tempo anche per una sola idea, questa è la sola da non perdere

non siamo spettatori, né occhi, né utenti finali, né consumatori

siamo esseri umani e la nostra influenza va al di là della vostra capacità di presa

cercate di capirlo


Il Cluetrain Manifesto



mercati online…
I mercati online cominciano a organizzarsi da soli molto più rapidamente delle aziende che tradizionalmente li rifornivano.
Grazie alla rete, i mercati diventano più informati, più intelligenti e più esigenti rispetto alle qualità che invece mancano nella maggior parte delle aziende.
… gente della Terra
Il cielo è aperto verso le stelle. Le nuvole ci passano sopra notte e giorno. Gli oceani si alzano e ricadono. Qualsiasi cosa possiate aver sentito, questo è il nostro mondo, il posto in cui dobbiamo stare. Qualsiasi cosa vi abbiano detto, le nostre bandiere sventolano libere. Il nostro cuore va avanti per sempre. Gente della Terra, ricordate.


95 TESI
  1. I mercati sono conversazioni.
  2. I mercati sono fatti di esseri umani, non di segmenti demografici.
  3. Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana.
  4. Sia che fornisca informazioni, opinioni, scenari, argomenti contro o divertenti digressioni, la voce umana è sostanzialmente aperta, naturale, non artificiosa.
  5. Le persone si riconoscono l’un l’altra come tali dal suono di questa voce.
  6. Internet permette delle conversazioni tra esseri umani che erano semplicemente impossibili nell’era dei mass media.
  7. Gli iperlink sovvertono la gerarchia.
  8. Sia nei mercati interconnessi che tra i dipendenti delle aziende intraconnessi, le persone si parlano in un nuovo modo. Molto più efficace.
  9. Queste conversazioni in rete stanno facendo nascere nuove forme di organizzazione sociale e un nuovo scambio della conoscenza.
  10. Il risultato è che i mercati stanno diventando più intelligenti, più informati, più organizzati. Partecipare a un mercato in rete cambia profondamente le persone.
  11. Le persone nei mercati in rete sono riuscite a capire che possono ottenere informazioni e sostegno più tra di loro, che da chi vende. Lo stesso vale per la retorica aziendale circa il valore aggiunto ai loro prodotti di base.
  12. Non ci sono segreti. Il mercato online conosce i prodotti meglio delle aziende che li fanno. E se una cosa è buona o cattiva, comunque lo dicono a tutti.
  13. Ciò che accade ai mercati accade anche a chi lavora nelle aziende. L’entità metafisica chiamata "L’Azienda" è la sola cosa che li divide.
  14. Le aziende non parlano con la stessa voce di queste nuove conversazioni in rete. Vogliono rivolgersi a un pubblico online, ma la loro voce suona vuota, piatta, letteralmente inumana.
  15. Appena tra qualche anno, l’attuale "omogeneizzata" voce del business – il suono della missione aziendale e delle brochures – sembrerà artefatta e artificiale quanto il linguaggio della corte francese nel settecento.
  16. Le aziende che parlano il linguaggio dei ciarlatani già oggi non stanno più parlando a nessuno.
  17. Se le aziende pensano che i loro mercati online siano gli stessi che guardavano le loro pubblicità in televisione, si stanno prendendo in giro da sole.
  18. Le aziende che non capiscono che i loro mercati sono ormai una rete tra singoli individui, sempre più intelligenti e coinvolti, stanno perdendo la loro migliore occasione.
  19. Leaziende possono ora comunicare direttamente con i loro mercati. Se non lo capiscono, potrebbe essere la loro ultima occasione.
  20. Le aziende devono capire che i loro mercati ridono spesso. Di loro.
  21. Le aziende dovrebbero rilassarsi e prendersi meno sul serio. Hanno bisogno di un po’ di senso dell’umorismo.
  22. Avere senso dell’umorismo non significa mettere le barzellette nel sito web aziendale. Piuttosto, avere dei valori, un po’ di umiltà, parlar chiaro e un onesto punto di vista.
  23. Le aziende che cercano di "posizionarsi" devono prendere posizione. Nel migliore dei casi, su qualcosa che interessi davvero il loro mercato.
  24. Vanterie ampollose del tipo "Siamo posizionati per essere il primo fornitore di XYZ" non costituiscono un posizionamento.
  25. Le aziende devono scendere dalla loro torre d’avorio e parlare con la gente con la quale vogliono entrare in contatto.
  26. Le Pubbliche Relazioni non si relazionano con il pubblico. Le aziende hanno una paura tremenda dei loro mercati.
  27. Parlando con un linguaggio lontano, poco invitante, arrogante, tengono i mercati alla larga.
  28. Molti programmi di marketing si basano sulla paura che il mercato possa vedere cosa succede realmente all’interno delle aziende.
  29. Elvis l’ha detto meglio di tutti: "Non possiamo andare avanti sospettandoci a vicenda".
  30. La fedeltà a una marca è la versione aziendale della coppia fissa, ma la rottura è inevitabile ed è in arrivo. Poiché sono in rete, i mercati intelligenti possono rinegoziare la relazione con incredibile rapidità.
  31. I mercati in rete possono cambiare fornitore dalla sera alla mattina. I lavoratori della conoscenza in rete possono cambiare datore di lavoro nel tempo dell’intervallo del pranzo. Le vostre "iniziative di downsizing" ci hanno insegnato a domandarci "La fedeltà? Cos’è?"
  32. I mercati intelligenti troveranno i fornitori che parlano il loro stesso linguaggio.
  33. Imparare a parlare con voce umana non è un gioco di società. E non può essere improvvisato a un qualsiasi convegno solo per darsi un tono.
  34. Per parlare con voce umana, le aziende devono condividere i problemi della loro comunità.
  35. Ma prima, devono appartenere a una comunità.
  36. Le aziende devono chiedersi dove finisce la loro cultura di impresa.
  37. Se la loro cultura finisce prima che inizi la comunità, allora non hanno mercato.
  38. Le comunità umane sono basate sulla comunicazione – su discorsi umani su problemi umani.
  39. La comunità della comunicazione è il mercato.
  40. Le aziende che non appartengono a una comunità della comunicazione sono destinate a morire.
  41. Le aziende fanno della sicurezza una religione, ma si tratta in gran parte di una manovra diversiva. Più che dai concorrenti, la maggior parte si difende dal mercato e dai suoi stessi dipendenti.
  42. Come per i mercati in rete, le persone si parlano direttamente anche dentro l’azienda – e non proprio di regole e regolamenti, comunicazioni della direzione, profitti e perdite.
  43. Queste conversazioni si svolgono oggi sulle intranet aziendali. Ma solo quando ci sono le condizioni.
  44. Di solito le aziende impongono l’intranet dall’alto, per distribuire documenti sulla politica del personale e altre informazioni aziendali che i dipendenti fanno del loro meglio per ignorare.
  45. Le intranet emanano noia. Le migliori sono quelle costruite dal basso da singole persone che si impegnano per dare vita a qualcosa di molto più valido: una conversazione aziendale in rete.
  46. Una intranet in buona salute organizza i dipendenti nel più ampio significato del termine. Il suo effetto è più radicale di qualsiasi piattaforma sindacale.
  47. Se questo spaventa a morte le aziende, è pur vero che esse dipendono fortemente dalle intranet aperte per far emergere e condividere le conoscenze più importanti. Devono resistere all’impulso di "migliorare" o tenere sotto controllo queste conversazioni in rete.
  48. Quando le intranet aziendali non sono condizionate da timori o da un eccesso di regole, incoraggiano un tipo di conversazione molto simile a quella dei mercati in rete.
  49. Gli organigrammi funzionavano nella vecchia economia, in cui i piani dovevano essere ben compresi da tutta la piramide gerarchica e dettagliati piani di lavoro potevano scendere dall’alto.
  50. Oggi, l’organigramma è fatto di link, non di gerarchie. Il rispetto per la conoscenza vince su quello per l’autorità astratta.
  51. Gli stili di management basati sul comando e sul controllo derivano dalla burocrazia e al tempo stesso la rafforzano. Il risultato sono la lotta per il potere e una cultura di impresa paranoica.
  52. La paranoia uccide la conversazione. Questo è il punto. Ma la mancanza di conversazione uccide le aziende.
  53. Ci sono due conversazioni in corso. Una all’interno dell’azienda, l’altra con il mercato.
  54. Nessuna delle due va bene, nella maggior parte dei casi. Quasi sempre, alla base del fallimento ci sono le vecchie idee di comando e controllo.
  55. Come politica di impresa, queste idee sono velenose. Come strumenti, sono fuori uso. Comando e controllo sono visti con ostilità dai lavoratori della conoscenza e con sfiducia dai mercati online.
  56. Queste due conversazioni vogliono parlare l’una con l’altra. Parlano lo stesso linguaggio. Si riconoscono l’un l’altra dalla voce.
  57. Le aziende intelligenti si faranno da parte per far accadere l’inevitabile il prima possibile.
  58. Se la volontà di farsi da parte è presa come parametro del quoziente di intelligenza, allora veramente poche aziende si mostrano rinsavite.
  59. Seppur subliminalmente, milioni di persone sulla rete percepiscono ormai le aziende come strane finzioni legali che fanno di tutto perché queste due conversazioni non si incontrino.
  60. Questo è suicidio. I mercati vogliono parlare con le aziende.
  61. E’ triste, ma la parte di azienda con cui i mercati vogliono parlare è spesso nascosta dietro una cortina di fumo, il cui linguaggio suona falso – e spesso lo è.
  62. I mercati non vogliono parlare con ciarlatani e venditori ambulanti. Vogliono partecipare alle conversazioni che si svolgono dietro i firewall delle aziende.
  63. Sveliamoci e parliamo di noi: quei mercati siamo Noi. Vogliamo parlare con voi.
  64. Vogliamo accedere alle vostre informazioni, ai vostri progetti, alle vostre strategie, ai vostri migliori cervelli, alle vostre vere conoscenze. Non ci accontentiamo delle vostre brochures a 4 colori, né dei vostri siti Internet sovraccarichi di bella grafica ma senza alcuna sostanza.
  65. Noi siamo anche i dipendenti che fanno andare avanti le vostre aziende. Vogliamo parlare ai clienti direttamente, con le nostre voci e non con i luoghi comuni delle brochures.
  66. Come mercati, come dipendenti, siamo stufi a morte di ottenere le informazioni da un lontano ente di controllo.
  67. Come mercati, come dipendenti, ci domandiamo perché non ci ascoltate. Sembrate parlare una lingua diversa.
  68. Il linguaggio tronfio e gonfio con cui parlate in giro – nella stampa, ai congressi – cosa ha a che fare con noi?
  69. Forse fate una certa impressione sugli investitori. Forse fate una certa impressione in Borsa. Ma su di noi non fate alcuna impressione.
  70. Se non fate alcuna impressione su di noi, i vostri investitori possono andare a fare un bagno. Non lo capiscono? Se lo capissero, non vi lascerebbero parlare così.
  71. Le vostre vecchie idee di "mercato" ci fanno alzare gli occhi al cielo. Non ci riconosciamo nelle vostre previsioni – forse perché sappiamo di stare già da un’altra parte.
  72. Questo nuovo mercato ci piace molto di più. In effetti, lo stiamo creando noi.
  73. Siete invitati, ma è il nostro mondo. Levatevi le scarpe sulla soglia. Se volete trattare con noi, scendete dal cammello.
  74. Siamo immuni dalla pubblicità. Semplicemente dimenticatela.
  75. Se volete che parliamo con voi, diteci qualcosa. Tanto per cambiare, fate qualcosa di interessante.
  76. Abbiamo qualche idea anche per voi: alcuni nuovi strumenti, alcuni nuovi servizi. Roba che pagheremmo volentieri. Avete un minuto?
  77. Siete troppo occupati nel vostro business per rispondere a un’email? Oh, spiacenti, torneremo. Forse.
  78. Volete i nostri soldi? Noi vogliamo la vostra attenzione.
  79. Interrompete il viaggio, uscite da quell’auto-coinvolgimento nevrotico, venite alla festa.
  80. Niente paura, potete ancora fare soldi. A patto che non sia l’unica cosa che avete in mente.
  81. Avete notato che di per sé i soldi sono qualcosa di noioso e a una sola dimensione? Di cos’altro possiamo parlare?
  82. Il vostro prodotto si è rotto. Perché? Vorremmo parlare col tipo che l’ha fatto. La vostra strategia aziendale non significa niente. Vorremmo scambiare due parole con l’amministratore delegato. Che vuol dire che "non c’è"?
  83. Vogliamo che prendiate sul serio 50 milioni di noi almeno quanto prendete sul serio un solo reporter del Wall Street Journal.
  84. Conosciamo alcune persone della vostra azienda. Sono piuttosto bravi online. Ne nascondete altri, di bravi? Possono uscire ed entrare in gioco anche loro?
  85. Quando abbiamo delle domande, ci cerchiamo l’un l’altro per le risposte. Se non esercitaste un tale controllo sulle "vostre persone", sarebbero anche loro tra le persone che cercheremmo.
  86. Quando non siamo occupati a fare il vostro "mercato target", molti di noi sono le vostre persone. Preferiamo chiacchierare online con gli amici che guardare l’orologio. Questo farebbe conoscere il vostro nome molto di più del vostro sito internet da un milione di dollari. Ma siete voi a dirci che è la Divisione Marketing che deve parlare al mercato.
  87. Ci piacerebbe che sapeste cosa sta succedendo qui. Sarebbe davvero bello. Ma sarebbe un grave errore pensare che ce ne stiamo con le mani in mano.
  88. Abbiamo di meglio da fare che preoccuparci se riuscirete a cambiare in tempo. Il business è solo una parte della nostra vita. Sembra essere invece tutta la vostra. Pensateci: chi ha bisogno di chi?
  89. Il nostro potere è reale e lo sappiamo. Se non riuscite a vedere la luce alla fine del tunnel, arriverà qualcuno più attento, più interessante, più divertente con cui giocare.
  90. Anche nel peggiore dei casi, la nostra nuova conversazione è più interessante della maggior parte delle fiere commerciali, più divertente di ogni sitcom televisiva, e certamente più vicina alla vita di qualsiasi sito web aziendale.
  91. Siamo leali verso noi stessi, - i nostri amici, i nostri nuovi alleati, i nostri conoscenti, persino verso i nostri compagni di battute. Le aziende che non fanno parte di questo mondo non hanno nemmeno un futuro.
  92. Le aziende stanno spendendo miliardi di dollari per il problema dell’Anno 2000. Come fanno a non sentire la bomba a orologeria nei loro mercati? La posta in gioco è persino più alta.
  93. Siamo dentro e fuori le aziende. I confini delle nostre conversazioni sembrano il Muro di Berlino di oggi, ma in realtà sono solo una seccatura. Sappiamo che stanno crollando. Lavoreremo da entrambe le parti per farle venire giù.
  94. Alle aziende tradizionali le conversazioni online possono sembrare confuse. Ma ci stiamo organizzando più rapidamente di loro. Abbiamo strumenti migliori, più idee nuove, nessuna regola che ci rallenti.
  95. Ci stiamo svegliando e ci stiamo linkando. Stiamo a guardare, ma non ad aspettare.
La traduzione italiana è di Luisa Carrada
www.mestierediscrivere.com

Copyright versione inglese © 1999 Levine, Locke, Searls & Weinberger.
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il valore dell'individuo

Io mi stimo, quindi valgo…. tutte balle!

 Stimare se stessi è il motore del mondo. Dietro questa capacità si muovono  le visioni e gli strumenti che utilizziamo per “monitorare” il nostro prossimo tempo.  Significa identificare all’interno di una serie di parametri, un valore di noi. Il livello di stima personale è una tappa della nostra scala dei valori, dove troviamo le caratteristiche che ci contraddistinguono, semplici parametri di riferimento in grado di valutarci e farci valutare come se fossimo oggetti comuni, come una autovettura o un appartamento, un comune prodotto industriale di uso e consumo del mercato.
La realtà è che noi siamo collocati ed inseriti in una società fatta di produzione e scarti di lavorazione, prodotti di prima e seconda scelta, dove troviamo la data di confezionamento e di scadenza. Noi siamo questo: prodotti da consumare. Come tutto ciò che viene creato per essere consumato e che comunque ha una funzione, anche noi facciamo inevitabilmente parte di un ciclo produttivo che ha come fine ultimo quello di apportare delle modifiche alle sollecitazioni esterne derivate dalla necessità o dal desiderio che ci conducano allo stato di benessere. Il benessere assume forma e consistenza diverse che, in funzione del valore che noi diamo alle cose, dà importanza ai nostri stessi valori e crea in noi l’identificazione di “nuovi parametri” da potere prendere  come riferimento. Non siamo necessariamente numeri uguali a se stessi, ma evoluzioni algebriche rispetto alle esigenze mostrate dagli altri nei nostri confronti e viceversa, tutti legati a funzioni individuali finalizzate al macrosistema.
Siamo un neuro sistema,cioè parte di gruppi composti da persone che vengono sollecitate quotidianamente, in modo massivo, quasi a delineare il fatto che questa neuro socialità sia la spinta propulsiva verso un benessere tecnologizzato. Spesso l’eccesso di novità non corrisponde alla sua capacità di utilità ed applicazione.
Se osserviamo quello che è accaduto, in termini di crescita  tecnologica e sistemica negli ultimi trent’anni  in Italia, dalla scienza alla medicina, nella comunicazione e nelle dinamiche sociali, questa crescita non  ha eguali. Trenta o quarant’anni fa il nostro spazio vitale, l’abitazione, il luogo di lavoro e gli interessi erano sottomosti a minor sollecitazioni e si tendeva a controllare il bene o il servizio ricevuto in funzione del fatto che erano limitate o dimensionate le possibilità applicative, es. la radio, la macchina la semplice porta, tapparella di casa, tutti oggetti e strumenti che riuscivamo a controllare senza per questo avere una spiccata cultura e intelligenza applicativa.
Trent’anni fa certamente era più semplice utilizzare lo strumento ed era decisamente più pratico interagire con esso: se si rompeva qualcosa si tendeva ad intervenire direttamente per ripararlo, e non per un fatto di mera economia come si può pensare. Tutti gli oggetti che comprendevano il nostro vivere erano da noi gestiti e capiti per la loro funzionalità cosa che oggi non è più possibile nemmeno considerare .
Nnegli anni 70 una persona camminava ed interagiva all’interno della propria abitazione molto di più rispetto a quanto fa ora; camminava e percorreva circa 2,3 km  al giorno tra le mura di casa. Oggi il percorso si è ridotto fino a raggiungere i 690 mt.  Questo perché è accaduto? Perché i volumi , gli spazi e le dimensioni che viviamo sono un coordinamento di strumenti in grado di risolverci al meglio il modello di vita rendendocelo più vicino alle nostre esigenze: ci alziamo meno dal divano per cambiare canale alla tv, quindi vediamo molti più canali tv proprio perché ci alziamo di meno, lo stesso va visto per la lettura e l’informazione, per la cucina o il bagno. Tutto più pratico per noi. Le applicazioni domotiche e le tecnologie comunicazionali hanno sviluppato il senso estetico e funzionale, ma non l’apprendimento volontario, piuttosto quello indotto e forzato..
Oggi la capacità creativa e l’autonomia di azione decisionale e di scelta a noi riservata in qualità di consumatori e fruitori di un bene e di un servizio si è ridotta moltissimo rispetto agli anni ’50, circa del 40%. Oggi siamo circondati dal l 90% di oggetti che non sappiamo riparare in caso di guasto rispetto al 25% degli oggetti che avremmo potuto riparare negli anni 70, oppure la multifunzionalità di un oggetto che abbiamo acquistato per una funzione in realtà produce almeno altre 4 funzioni, che magari non ci servono, ma in realtà ci sono ed il fatto che non solo non ci servano ma che, addirittura, non siamo in grado di capire, diventa controproducente.
utilizziamo la tecnologia o ne siamo utilizzati?
È una bella domanda. Certamente tecnologia non significa progresso.
Un popolo non potrà mai progredire se la tecnologia che ha in uso non è del tutto compresa. Esistono due modelli sostanziali di tecnologia: quella indotta e quella consapevole. La prima mira essenzialmente ad un miglioramento strumentale ed efficace dell’innovazione, spesso talmente rapida, che ci mette nelle condizioni di appartenenza obbligatoria a gruppi l’altra invece è una offerta legata alla nostra decisione di scegliere un prodotto necessario per migliorarci l’esistenza. ….Prendiamo un telefono cellulare, uno strumento molto utile, diventato necessario.  
Quanti di noi conoscono tutte le funzioni del proprio cellulare?                     Quanti di noi utilizzano tutte le funzioni del proprio cellulare?
 Solo il 32% dei possessori di un  telefonino è in grado di inviare un semplice sms, per gli mms invece scendiamo al 12%. La cosa incredibile è che solamente il 26% % ricorda le funzionalità incluse e di questi, il 9% le usa tutte. In effetti l’espansione delle applicazioni ha sempre di più considerato il telefonino come uno strumento di comunicazione che fosse sempre di più globale ed interattivo e questo è certamente cosa buona. La realtà è che gli acquisti vengono identificati per oltre il 23% sul peso dell’oggetto ed il suo colore, dal 31% invece per una semplice estetica. In realtà sappiamo che ci sono e se dovessero servici siamo certi di utilizzarli… se questo esempio o riportassimo sui pc, ci accorgeremmo ancora di più di quanto la tecnologia diventi induttiva. più è alta la tecnologia più si abbassa è la capacità di interagire con essa. Per rendere più chiaro il concetto possiamo dire che laddove appare veloce la crescita tecnologica ( B) di strumenti e concetti legati ad un utilizzo di massa, si presenta il problema della difficoltà di gestire il mezzo, rendendolo per una buona percentuale sconosciuto o inutilizzato. Ne consegue quindi l’abbassamento alla predisposizione verso la creatività (A).
La tecnologia ha senso nel momento in cui aumenta la nostra interazione e la nostra capacità critica ed in particolare la creatività . Se è vero che il pensiero creativo e la creatività in genere sono il frutto della curiosità, proprio dove non siamo in grado di svilupparla, viene a cadere il concetto dello stimolo alla risoluzione del problema. Laddove esiste una forte tecnologia di massa utilizzata in multifunzione ci troviamo davanti alla caduta della crescita sociale e creativa che è alla base di un processo di autostima. L’essere consapevoli delle conoscenze è per l’individuo un elemento che lo caratterizza e lo inserisce inevitabilmente in gruppi di appartenenza più o meno riconoscibili, gruppi che producono e sviluppano regole di comportamento e di comunicazione sia tra loro che verso l’esterno.
La caratterizzazione e l’appartenenza ad un gruppo aumenta il livello di creatività in quanto alla base della comunicazione esiste un interesse ed un linguaggio conosciuto e riconosciuto dagli appartenenti. Proprio il senso di appartenenza e corporativismo induce a creare sinergie tra i singoli tanto da spingere ognuno che si sente partecipe a trovare soluzioni per sè e per la propria comunità. Negli anni i blog ne sono un esempio. Il loro linguaggio è mirato e criptato, i forum su internet evincono gruppi di appartenenza verso qualcosa, si creano di fatto micro cellule in grado di sviluppare microcodici di comunicazione che, se non sei a conoscenza del sistema, sei escluso o coinvolto in minima parte.
Ma a cosa serviamo davvero?
Potremmo essere senza avere?

 Per descrivere se stessi agli altri  si fa ”citazioni” o “dichiarazioni” descrittive di se stessi al fine di rendere chiara a nostro interlocutore una giusta rappresentazione di noi stessi. Ci proponiamo predisposti per la sua accettazione.
·         chi siamo
·         quanto siamo alti
·         quanto pesiamo
·         dove siamo nati
·         cosa facciamo nella vita,
·         le cose che amiamo
·         le nostre aspirazioni
Questo modo di rappresentarci agli altri genera normalmente all’interlocutore un “quadro ideale” che si farà di noi stessi. Bene, proprio questo quadro ideale che ripetiamo molto spesso in diverse circostanze sociali e professionali non è altro che lo strumento che abbiamo scelto per presentarci agli altri, uno strumento piuttosto semplice, fatto di parole e di contenuti del nostro essere. Siamo noi che abbiamo scelto le caratteristiche di presentazione, sempre noi l’ordine di esposizione e di importanza, noi abbiamo deciso i termini e i metodi, siamo stati noi infine a decidere come gli altri dovranno vederci.
A seconda di come ci presentiamo e alle circostanze, il nostro “Io” cambia, influenzato in taluni casi anche dall’ambiente circostante e dalle condizioni alle quali noi siamo sottoposti in termini di comportamento.
Tutto questo insieme di elementi-quadro non sono altro che una sommaria analisi del nostro”io”.Es:
·         peso: sono leggermente ingrassato, ma adesso mi metto a dieta…
·         capelli: pensa che questo colore di capelli mi rispecchia…
·         interessi personali: il golf, giocare a tennis e l’ufologia
·         religione: diciamo che sono agnostico, molta confusione belle religioni
·         intersessi culturali: mi piace lavorare con i bambini in quanto sono operatore culturale presso istituti per l’infanzia
·         amici: amico di luigi, fa il dirigente preso una importante azienda la SPEIKTERN GMBH, la conosci? Famosissima..

Come sopra indicato un piccolo esempio di una normale presentazione tra persone. Emergono alcuni dati di riferimento sul quale poter cominciare un buon ragionamento.
Ovviamente l’interlocutore ha un quadro della nostra personalità, non perché è stato in grado di farselo, forse è ancora presto,  piuttosto per il fatto che siamo stati noi a fornirglielo..vero o falso.
Perché  potrebbe dubitare di noi?   Perchè  semmai dovrebbe crederci?
Certo che potrebbe dubitare e probabilmente farebbe bene a farlo. Ogni volta che ci si presenta a qualcuno, o meglio presentiamo qualcuno a noi stessi, tendiamo a creare un livello di accettazione quanto è più alto l’interesse che abbiamo per la persona o per ciò che rappresenta per noi. Il principio della libertà di autoelevarsi e rappresentarsi diventa un ridicolo teatrino. Diventiamo attori inconsapevoli di una commedia che solo noi interpretiamo e viviamo. La maggior parte delle volte tendiamo o possiamo rischiare di idealizzare il nostro “Io”, facendogli registrare non quello che realmente siamo ma ciò che vorremmo essere ma  è anche possibile l’esatto contrario.
Ipotizziamo per un attimo di costruire noi stessi facendolo attraverso due canali: 
cosa pensiamo di noi stessi?    cosa pensano gli altri di noi?
Ovviamente le due prospettive sono un punto fermo per capire come costruirsi con razionale analisi una base auto motivazionale.  Chi si stima  molto, per effetto della valutazione degli altri o per effetto della propria capacità di leggersi dentro, non genera in automatico un risultato positivo. Chi ha una forte autostima di sè,  non necessariamente raccoglie sentimenti di stima dagli altri, o chi ritiene di essere stimato in un ambito sociale, per esempio professionalmente, non è detto che lo sia personalmente. La stima è un valore aggiunto del proprio modello visualizzato da noi e dagli altri, non necessariamente un modello valido e funzionale comportamentale ma un effetto recepito estremamente fragile e discutibile, messo in crisi in qualsiasi momento .. l’autostima è quindi un effetto effimero? Certamente si’.
Non è un dato certo, non è scientifico e  nemmeno controllabile. L’autostima è assolutamente labile, fragile e barcolla ogni qualvolta  il soggetto non si dimostra in grado di respingere violentemente attacchi emozionali o visibili alterazioni dei propri concetti di obiettivi e di attese, vedendosi franare sotto i piedi le proprie pseudo-convinzioni. Ecco, allora che l’importanza di saper distinguere con attenzione cosa significa il proprio valore decifrato da noi stessi e il valore che gli altri ci disegnano, deve comportare una analisi aprioristica.
Come posso sapere il mio livello di autostima cresce, rimane uguale o diminuisce?
Lo posso sapere soltanto se affronto con verità razionale e non emozionale l’esame delle mie azioni. Ogni azione che produco, come abbiamo già detto, può essere pensata, ragionata, programmata nei minimi dettagli oppure frutto di un riflesso induttivo dalle briglie sciolte. Se voglio capire quanto valgo devo capire quanto sono capace di distinguere il valore dall’essere, cioè il mio capitale umano dagli interessi che produce. Noi siamo l’insieme di cose, sia idealizzate che concrete, visibili o invisibili, siamo un grande contenitore.
Ma quanto vale davvero la nostra persona?
Quanto vale la nostra professionalità?
Quanto vale il nostro impegno di crescita?
Siamo un bene ne più e ne meno che un mezzo di scambio al quale dobbiamo dare un valore, un prezzo di costo e di acquisto, siamo fluttuanti come le borse e rischiamo il crollo del valore in qualsiasi momento, non c’è nessuna forza che può difenderci se pensiamo di essere solidi.
La solidità mentale non è il frutto della convinzione,  piuttosto l’effetto di saper affrontare con raziocinio e metodo le avversità, perciò è buona cosa pensare che l’autostima la si raggiunge cosi’ velocemente quanto la si perde!. Capita di confondere l’entusiasmo con la motivazione o con l’autostima. L’entusiasmo è uno stato di benessere acquisito sul quale si alimentano e si sviluppano dinamiche volte alla gratificazione derivante da azioni e effetti.
Spesso mi capita di partecipare in qualità di osservatore a corsi di motivazione dove il principio è il coinvolgimento in massa dei partecipanti ad azioni collettive che mirano attraverso l’utilizzo della musica, della scenografia e della vocalizzazione a creare un coinvolgimento tale da rendere le persone “trasportate” verso una approvazione di un comportamento comune.
Lavorare sull’entusiasmo individuale o di gruppo non credo che sia una buona soluzione, credo piuttosto che l’entusiasmo e la motivazione siano fattori soggettivi in grado di essere attuabili prescindendo da un coinvolgimento spontaneo ad attività di gruppo, anzi meglio ancora se in situazioni di disagio. Essere entusiasti infatti è il rovescio della medaglia della motivazione. Detto questo proviamo a schematizzare quanto sia utile ragionare sulla costruzione della propria autostima.
§  Quale è il mio modello  il livello di autostima  che dovrei raggiungere?
§  Quante persone   mi riconoscono nello stesso   valore che ho di me stesso?
§  La mia autostima cosa deve produrmi?
§  Quanto può durare il mio livello di stima raggiunto?
§  Cosa mette a rischio il mio livello di stima?

Auto = dipendente e gestita da se stessi
Stima = valutazione di un qualcosa secondo il suo valore riconosciuto.
La dotazione base per costruirsi in proprio un buon metodo in grado di superare gli attacchi esterni è questo:
·         vorrei essere per me
·         vorrei essere per gli altri
·         cosa sono io
·         cosa ho per essere
·         cosa mi manca per essere

insicurezza dei propri pensieri o delle proprie azioni più portarci a farci desistere all’ultimo momento proprio per una forte dose di dubbi o di insicurezza. Avremo valutato tutto per bene?
Avremo fatto tutto ciò che era giusto fare?
Se è vero come è vero che degli errori ce ne accorgiamo sempre dopo perché l’azione fatta nel passato allora ci sembrava giusta, dobbiamo cominciare a pensare che forse la nostra impostazione delle cose è un pò vacillante. In taluni casi può capitarci di fare una cosa che diverse volte avevamo fatto in passato, ma adesso e in questo preciso momento, quella cosa non ci dà il risultato previsto.
                                                                                                                                                                     può succedere anche il contrario?
Abbiamo inanellato una serie di successi e le nostre aspettative ci portano a pensare che anche la nostra prossima decisione, scelta, azione sarà un inevitabile e duplicato successo personale. Ne siamo convinti.
Gli stati d’animo dei soggetti sono differenti, addirittura possono essere talmente evidenti se ad esempio mettiamo due soggetti a confronto, uno sportivo di successo e un altro sportivo professionalmente sconosciuto che si affrontano per la stessa prova sportiva: da una parte si avrà il campione, con forte propensione alla mentalità di autostima sia personale che indotta, dall’altra il nuovo sfidante, che dovrà necessariamente pensare di basarsi sulle proprie virtù personali alimentando al massimo il suo equilibrio motivazionale. In entrambi i casi, una azione come quella dei due soggetti, offre un quadro di autostima certamente positivo per entrambi, ma il nostro campione ha un’ arma in più ed è quella del riconoscimento degli altri. E’ vero, tutto questo non basta per decidere chi è più motivato, ci da semplicemente un’idea di come è possibile e variabile una partenza di autostima da due differenti esperienze. Cè chi afferma che l’autostima possa essere legata al modo di pensare, più o meno ottimistico o pessimistico e che questo possa essere un fattore determinante per aumentare la propria autostima, io non lo credo. Credo che il pessimismo o l’ottimismo non siano la causa di una motivazione, piuttosto il suo effetto.
Se io sono pessimista non posso avere stima di me stesso?
Se non mi stimo non otterrò molto probabilmente i risultati?
 l’ottimista non ha più probabilità del pessimista di avere la stessa autostima o raggiungere il suo livello preferibile di autostima, ha semplicemente un’idea diversa del modo di affrontare una cosa, di calcolarne gli effetti e di gestire le  dinamiche.
…L’ottimista vede il bicchiere mezzo pieno                                                             e il pessimista  mezzo vuoto…
Ma è giusto???????
Questo è quello che ci hanno sempre raccontato. in sostanza, in entrambi i casi non cambia il volume del bicchiere e non cambia la forma, ma solo il  suo contenuto che  è chiuso in se stesso, vincolato. Il contenitore è sempre quello.
Anziché pensare il modello pessimistico o ottimistico come elemento base per programmare la motivazione o l’autostima,  dobbiamo pensare a cosa ci porta a simili o dissimili, forti o meno forti, capaci o incapaci, ottimisti o pessimisti, negativi o positivi.
Gli ottimisti sono coloro che pensano che le cose che accadono sono meno peggio del loro risultato.
i pessimisti non gestiscono gli accadimenti o fanno il possibile per limitarli.
Se entrambi utilizziamo lo stesso strumento di costruzione del pensiero applicando le stesse procedure, probabilmente la forbice che divide i due soggetti comincerebbe a stringersi e li porterebbe a ragionare non sull’aspetto della visione positiva o negativa delle cose, ma sulle cose stesse. il pessimismo o l’ottimismo non sono comportamenti ma forme-pensiero che agiscono o meno in funzione del livello di perdita di possesso che siamo in grado di giocarci. Spesso il pessimista ha una forte autostima, ma teme o non considera gli altri, o meglio, considera il coinvolgimento degli altri nel suo personale una minaccia, appellandosi al” Io mi fido solo di me stesso”. L’ottimista è una bomba ad orologeria perché crede di avere sotto controllo le cose e pensa di essere in grado di limitare eventuali danni, proprio perché “tutto gli scivola addosso”. Questo è un classico atteggiamento pericoloso per sè e per gli altri.
Fiducia in se stessi non significa essere ottimisti ed avere stima. La stima è un elemento che ci visualizza mentalmente e non ciò che ci visualizza è stima o stimabile. 

venerdì 17 giugno 2011

all'estero...

 logic programming system, also called LPS training or disseminated by various organizations in Italy even if the only officially licensed trainer Alberto Meloni. Currently, the method or developed in collaboration with psychologists and trainer of logic operating in systems research and development management .

head of the department of education to training
John Hamer

amicizia tra uomo e donna: Si può?

Secondo ultimi studi sulle capacità cognitive e relazionali tra uomo e donna per la creazione e lo sviluppo di relazioni basate esclusivamente sull'amicizia disinteressata, i risultati hanno prodotto esiti non confortanti. Si deduce infatti che la creazione di rapporti amichali tra sessi diversi varia in funzione dell'età dei soggetti coinvolti.

Tra i ventenni Europei occidentali  che hanno una regolare vita sentimentale con partner fisso, si evince che l'aumento delle nuove relazioni verso l'altro sesso e meno ricercata e, laddove si crea, i soggetti tendono ad interessarsi di più "all'amica/o" che ha i tratti somatici, gusti e carattere completamente diversi dal proprio partner. Nel 15% di questi casi il rapporto di amicizia viene sottolineato da una relazione sessuale casuale entro i primi sei mesi, per salire fino al 35% nei primi tre anni.

Oltre il 25% degli uomini di età tra i 25 e i 45 anni , hanno sviluppato una amicizia sessuale con la persona conosciuta negli ultimi 2 anni, mentre per le donne tra i 25 e i 55 anni, lo stesso fenomeno si è verificato nell'arco dei 2 anni successivi per una percentuale pari al 35%  .

ALBERTO MELONI: come"salta"la nostra mente

ALBERTO MELONI: come"salta"la nostra mente: "ho appreso ieri che partirà a breve una iniziativa condotta da un team di psicologi ed esperti di sopravvivenza - alcuni amici di vecchia da..."

come"salta"la nostra mente

ho appreso ieri che partirà a breve una iniziativa condotta da un team di psicologi ed esperti di sopravvivenza - alcuni amici di vecchia data- per studiare e monitorare il comportamento di indvidui in condizioni di mancanza di orinetamento - detto anche gestione spazio-tempo-. Lo studio avrà il compito di valutare la capacità di un essere umano, posto in isolamento all'interno di un hangar in disuso di Alitalia, nella provincia di milano - per i miei concittadini, Peschiera Borromeo e per i non milanesi il loco si trova  a milano sud, adiacente a Linate in zona industriale-, il senso dell'orientamento e della percezione in assenza totale di luce.

Il soggetto scelto, che dovrà superare test psicologici piuttosto complessi, vivrà all'interno dell'hangar, o meglio in parte di esso, in una stanza apposita di 80 mq completamente insonorizzata e al buio: avrà a disposizione un wc biologico e acqua denaturalizzata e alimenti liofilizzati necessari per gestirsi, in totale autonomia, per 25 giorni. All'esterno della stanza, denominata TRIAL ASSET 21, vi saranno in forma permanete i membri del team psicologico e i controller che esamineranno i dati dell'esperimento attraverso misuratori posti ai polsi del soggetto e microtelecamere a raggi infrarossi .

L'esperimento, già sviluppato in fase teorica e mai praticato prima, ha già evidenziato una serie di dati piuttosto sorprendenti che dovranno essere scientificamente confremati grazie all'esperimento stesso. Tra i dati degni di valutazione emersi vi sono quelli sotto indicati.

  • dopo 24 ore perdita del 20% della percezione
  • dopo 36 ore sfalsamento del tempo percepito con errore di 4 ore su 12
  • dopo 48 ore aumento della codifica prossemica
  • dopo 98 ore perdita della sensibilità fino al 34%
  • dopo 135 ore aumento medio del battito cardiaco di +7 pulsazioni al minuto con aritmia costante
  • dopo 170 ore ore sfalsamento del tempo percepito con errore di 7 ore su 12 
  • dopo 198 ore aumento della sensibilità percettiva al suono del 50%